Il (frequente) naufragio della Costituzione repubblicana

La libertà di movimento è una delle condizioni essenziali per garantire il libero sviluppo dell’essere umano; essa, infatti, funge da presupposto per l’effettivo godimento degli altri diritti costituzionalmente garantiti. Il Costituente è stato lungimirante nel sancire, fra i diritti fondamentali, anche la libertà di circolazione e soggiorno, precisando peraltro che nessuna restrizione a tale libertà può essere fondata su ragioni politiche (art. 16 Cost.).

A ben vedere, la norma si riferisce ai soli cittadini ed è vero, se ci si arresta alle soglie dell’interpretazione letterale («ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente […]», art. 16, primo comma, Cost.); credere però che questa non interessi per nulla anche chi cittadino non è, fonda un’interpretazione non solo sbagliata, ma anche contraria alle regole del costituzionalismo democratico-sociale. A sostegno di ciò, la previsione per cui i diritti che la Costituzione sancisce come inviolabili spettano ai singoli non perché partecipi di una comunità politica, ma in quanto esseri umani (Corte cost. n. 120 del 1967), circostanza che rende la nostra Costituzione una carta di garanzie per chiunque si trovi in contatto con la Repubblica italiana: allo stesso modo, non a caso, sono stati riletti gli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Il Costituente è stato lungimirante anche nell’affermare che lo straniero che vede impedito l’esercizio delle proprie libertà all’interno del Paese d’origine ha diritto d’asilo entro i confini della Repubblica (art. 10, terzo comma, Cost.): chi subisce la lesione (ovvero il mancato riconoscimento) dei propri diritti fondamentali, cioè, ha diritto ad essere accolto (dunque anche di circolare) nei nostri confini.

Le conquiste di civiltà (giuridica) affermate dalla Carta del ‘48 rappresentano senza dubbio un punto d’arrivo culturale e normativo che nondimeno necessita di una difesa costante: nella vita degli ordinamenti, infatti, non è sufficiente che ci sia una carta che proclama i diritti per affermare che quei diritti esistono, sono rispettati e garantiti. Piuttosto, è richiesta la costante difesa dei diritti, l’incessante opera “di ricordo” agli attori politici affinché quei diritti di carta diventino diritti concreti e restino tali.

Al contrario – e da troppo tempo ormai – sulle navi che naufragano con cadenza almeno settimanale, naufragano anche i nostri diritti e la nostra civiltà giuridica; su quelle barche non affondano “solo” esseri umani, ma anche i nostri principi fondamentali, le nostre regole costituzionali. Come si diceva, per i migranti la distanza fra i diritti sanciti dalla Carta e il diritto concreto è estremamente ampia ed è questa una delle ragioni che impone di tener alta la guardia anche nei confronti della garanzia dei diritti degli “altri”. È pur vero che l’effettività dei diritti deve viaggiare, in primis, sulle gambe della politica, ma è anche vero che l’attenzione verso i diritti tout court è responsabilità di tutti e richiede l’impegno di ciascuno affinché si affermi, veramente, una cultura dell’accoglienza.

Anche in questo ambito, per troppo tempo si è guardato soltanto alla prima parte dell’art. 2 Cost., rivendicando i diritti e dimenticando che la coesione – che una Costituzione tanto lungimirante sulla posizione del singolo quale è quella italiana – chiama ognuno di noi all’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale. Al contrario, dopo oltre settant’anni dall’entrata in vigore della Carta costituzionale, continuano a riprodursi le storture nell’interpretazione dell’art. 2 Cost., insistendo affinché i decisori politici assumano scelte conformi all’effettività e alla tutela dei diritti fondamentali, mai preoccupandosi dei doveri. La “cecità” verso l’altra “anima” dell’art. 2 Cost. non determina l’ineffettività di diritti degli altri, piuttosto palesa un problema di mancanza di effettività dei diritti di ciascuno.

Se non si impara a prendere contezza dell’incostituzionalità dei diritti vantati dai “soggetti forti” nei confronti dei “soggetti deboli” – all’interno di un mondo che ha un solo confine, quello umano – ci si ridurrà ad annichilire chi vive con noi e vicino a noi perché ritenuto un (potenziale) nemico che può privare ciascuno del proprio spazio vitale.

La guerra, un tempo combattuta da eserciti avversari schierati sulle frontiere dei propri Paesi, si è trasferita all’interno dei confini nazionali perché nuove frontiere (nuovi muri) si sono create intra moenia. Il motto, sempre più frequente, “padroni a casa nostra” nega le interdipendenze culturali che contraddistinguono l’odierna società multietnica e globalizzata e pretende di costruire reticoli spinati, divieti legali (si pensi al reato di immigrazione clandestina) comunque inidonei a cambiare la realtà dei fatti, se non nel senso di radicare sempre più quelle concezioni nazionaliste, localiste, xenofobe, razziste.

L’impressione è che la guerra intestina della grande maggioranza dei Paesi “occidentali” si regga sulla pretesa superiorità di alcuni costumi rispetto ad altri, sulla pretesa superiorità morale (quindi anche giuridica) di alcune tradizioni rispetto ad altre, portando così lo “stile di vita” delle società considerate forti al rango di diritti assoluti, a dogma di civiltà.

Da quelle che sono definite “invasioni” nei Paesi ritenuti civilizzati si temono effetti che spesso esulano dalla violenza fisica e che tuttavia sono percepiti più pericolosi, pervasivi, insidiosi perché compromettono il concetto di identità (cioè di appartenenza) che pretende di affermare una netta distinzione fra “noi” e “loro”.

La conseguenza di questa pretesa diversificazione è che il mondo, traboccante di spazi e risorse, genera masse d’individui, imponendo a tutti di vivere in una Nazione senza patria e senza diritti, né dei “forti”, né dei “deboli”. E pensare che non ce ne siamo neppure accorti…

Alessandra Mazzola

Dottoranda in Il diritto dei servizi nell’ordinamento italiano ed europeo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

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