Discutere di legge elettorale e partiti? «Now’s the Time»

Studiose e studiosi di diritto costituzionale dovrebbero avere raggiunto una discreta immunità rispetto al morbo (diffuso e dannoso) del benaltrismo: non si spaventano all’idea che sia necessario (o magari opportuno) impegnarsi su più fronti, da portare avanti insieme. Sanno che esistono delle priorità, legate anche solo al fatto che molti diritti – se non tutti, ma di sicuro quelli di prestazione – “costano”, le risorse sono scarse e occorre fare scelte, compiere bilanciamenti; non si scandalizzano però se nella stessa agenda convivono questioni oggettivamente urgenti e di portata generale, altre rilevanti per alcune categorie di persone, altre ancora (in apparenza) non strettamente urgenti, ma che non meritano di essere trascurate a lungo.

Un esempio a caso: non ci si dovrebbe allarmare o stracciare le vesti se, nel discutere sulle norme “per ripartire” in questa situazione straordinaria (cioè «al di fuori dell’ordinario») dettata dalla pandemia Covid-19, le persone elette alla Camera e al Senato, dopo aver convertito il decreto-legge n. 25/2021 (sul rinvio delle elezioni previste in primavera), volessero confrontarsi pure sulle modifiche alla legge elettorale politica. Chi crede che il voto per rinnovare le Camere sia lontano – nel 2022 o alla scadenza naturale della legislatura – può avere la tentazione di pensare che ci sia «ben altro di cui occuparsi», ma farebbe bene a desistere, con buoni motivi.

C’è, innanzitutto, una questione di metodo: alla Charlie Parker, «Now’s the Time». Il tempo per discutere e magari cambiare la legge elettorale è ora, lo sarà per pochi altri mesi, non oltre (specie se si andasse al voto anticipato). Il Codice di buona condotta in materia elettorale, stilato dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia) nel 2002, invita chiaramente a evitare la modifica delle norme che regolano le elezioni nell’anno che precede il voto: «Anche in assenza di volontà di manipolazione questa apparirà in tal caso come legata a interessi congiunturali di partito» (punto n. 65). Ciò influirebbe sulla genuinità e anche sulla libertà del voto, sancita all’articolo 48, comma 1 della Costituzione.

In effetti lo stesso documento – non vincolante, ma è bene tenerne conto – è netto nell’indicare la «stabilità del diritto» come «elemento importante per la credibilità di un processo elettorale» (punto n. 63). L’Italia, su quel piano, è del tutto inadempiente, visto l’«ipercinetismo» (espressione del professor Fulco Lanchester) che connota la nostra materia elettorale da venticinque anni, senza contare le modifiche normative dovute alle sentenze nn. 1/2014 e 35/2017 della Corte costituzionale. In condizioni “normali”, dunque, sarebbe opportuno non cambiare di nuovo le norme elettorali.

Ci sono però buone ragioni per discutere – ora – di modifiche a tali norme, puntuali o ampie. Oltre a singoli congegni che all’ultimo voto politico non hanno dato prova di efficacia ed efficienza (dal “tagliando antifrode” alle disposizioni sull’equilibrio di genere: se n’è occupata anche di recente la professoressa Lara Trucco), le norme hanno suscitato nuovi sospetti di illegittimità costituzionale (specie sotto i profili del “voto uguale” e del suffragio diretto): questi sono pronti a tradursi in ricorsi davanti ai giudici civili per l’accertamento della pienezza dell’elettorato attivo, con la possibilità che la Corte costituzionale si esprima ancora sull’illegittimità di certe norme.

Quanto all’elettorato passivo, va segnalata l’irragionevolezza delle attuali regole sulla presentazione delle candidature: in base a queste, cinque forze politiche (le sole che dall’inizio della legislatura hanno un gruppo nelle due Camere) sarebbero “più uguali delle altre”, risparmiandosi l’onere – gravoso e, in tempi di Covid-19 o post-Covid-19, con risvolti problematici concreti – della raccolta delle firme che toccherebbe a tutte le altre liste. Nel 2021, a quanto pare, ancora non si parla seriamente di metodi di raccolta delle sottoscrizioni diversi dai soliti “banchetti” o che evitino le criticità legate al necessario coinvolgimento di chi dovrebbe autenticare le firme (che magari si trova solo a pagamento o non c’è quando dovrebbe esserci).

A tutto ciò, poi, si aggiungono le riflessioni sull’opportunità di conservare il sistema attuale dopo la decisione di ridurre il numero dei parlamentari. Posto che si dovrà per forza mettere mano ai regolamenti di Camera e Senato (al più presto, non certo nella nuova legislatura), non sono poche le voci – specie tra chi studia il diritto costituzionale – che ritengono necessaria una legge elettorale con formula realmente proporzionale, perché il nuovo Parlamento rappresenti davvero il corpo elettorale, riducendo il più possibile le distorsioni dei voti espressi. Si possono avere idee diverse in materia, ma anche per questo occorre confrontarsi ed è necessario trovare il tempo di farlo ora, senza aspettare.

Già che ci si è, non si dovrebbe perdere l’ennesima opportunità per finire un lavoro lasciato a metà: la regolazione giuridica dei partiti. Tra il 2013 e il 2014 si è fatto qualcosa (a margine di un intervento nato per rivedere a fondo il sistema di finanziamento della politica): di fatto ci si è limitati a chiedere che gli statuti dei partiti abbiano un contenuto minimo e siano sottoposti al vaglio di un organo, perché le rispettive forze politiche possano fruire delle risorse pubbliche. Non così, invece, per partecipare alle elezioni: dalla fine del 2017, chi non ha ottenuto il giudizio di conformità alla legge dello statuto può comunque presentare candidature alle elezioni politiche ed europee, purché compili una “dichiarazione di trasparenza” (indicando il legale rappresentante del partito o gruppo politico, il soggetto titolare del contrassegno elettorale, la sede legale, nonché gli organi della forza politica, la loro composizione e le loro attribuzioni). Si tratta di una richiesta di trasparenza, ma non si traduce automaticamente in democraticità.

A fronte di forze politiche che non danno nemmeno “sulla carta” garanzie di democrazia interna, molte altre sembrano fornirne poche in concreto; in ogni caso, in generale, i partiti hanno perso l’autorevolezza e il ruolo avuti in passato (al di là dei loro noti profili di debolezza). Di recente il professor Gaetano Silvestri, presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, ha notato che «la polemica contro i partiti sembra rivolta contro i defunti, al limite del vilipendio di cadaveri»: ora avremmo «agenzie elettorali, club di amici, movimenti intorno a capi e capetti ma certamente non partiti politici» (così Silvestri al convegno Il futuro della democrazia rappresentativa, organizzato dall’Università del Molise il 22 ottobre 2020).

Per quanto endemico sia, il “problema dei partiti” non smette di essere urgente, anche in un periodo come questo (anzi, la necessità di rivolgersi di nuovo a una figura dal profilo non politico per la guida del Governo in questa fase non fa che rimarcare ciò che non va, ciò che manca). Se dunque in Parlamento – non sui media e magari non solo nelle aule universitarie o nelle sale da convegno – si riprendesse a discutere seriamente anche di legge elettorale e regolazione dei partiti, più che scandalizzarsi si dovrebbe tirare un sospiro di sollievo. Nella speranza, ovviamente, che la discussione valorizzi la Costituzione e non le rispettive convenienze.

Gabriele Maestri

Dottore di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate

Cultore di Diritto dei partiti presso l’Università degli Studi Roma Tre

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