La Costituzione tra liberazione e libertà


Le Costituzioni nascono con l’obiettivo di durare nel tempo ed è solo sulla lunga distanza che sono in grado di dimostrare la loro validità. Infatti, una Carta costituzionale è vitale solo se, nel tempo, riesce a garantire un’interpretazione nuova dei principi e valori che esprime, pur restando nel “greto” da essa indicato.

La Carta del ’48 è sorta, com’è noto, dalle macerie del Secondo conflitto mondiale e si è fatta voce delle diverse istanze manifestate nella società, dando vita a una rivoluzione senza precedenti là dove ha posto, al centro del sistema statale, la persona (1).

Rinvigorendo i diritti di libertà classici, quelli già in parte affermati in vigore lo Statuto albertino, ha proclamato i diritti sociali mediante i quali la Repubblica si impegna a fare qualcosa per la persona. Ecco l’essenza del prorompente principio di eguaglianza sostanziale: lo Stato è per il cittadino e non (più) viceversa.

La Costituzione, inoltre, esige che all’interno della società si manifesti la fluida alternanza fra diritti e doveri e pone questo meccanismo giuridico (e sociale) come «elemento indefettibile» dell’ordinamento democratico e «della sua stessa tenuta» (2). Il sistema costituzionale, infatti, riflette un coacervo di interessi generali e individuali determinati anzitutto della posizione del singolo nella società (l’homme situé).

L’organizzazione politica non può pertanto prescindere dal risultato del costante processo di bilanciamento tra le esigenze che manifesta la società e le decisioni assunte dagli organi cui è affidato il potere di indirizzo politico. Non è infatti senza significato il fatto che nelle contemporanee democrazie costituzionali la questione dell’effettività dei dirittisia la (ovvero una delle) cartina(e) di tornasole della capacità dell’ordinamento giuridico di perseguire l’obiettivo di una democrazia sostanziale.

Il fine al quale non è possibile rinunciare a tendere è cioè quello che la politica sia una politica dei diritti (3): di tutti i diritti e dei diritti di tutti. La Costituzione, infatti, non sancisce che è il popolo a essere sovrano, ma che è la sovranità ad appartenere al popolo, il quale dunque la esercita nel solco delle direttrici tracciate dalla Costituzione. La differenza è profonda perché il primo concetto può aprire le porte a ogni tipo di forma di governo e a ogni tipo di sistema oligarchico (o elitario) e finanche totalitario. Il secondo concetto, invece, è quello che appartiene al costituzionalismo democratico e sociale contemporaneo (4).

Tuttavia, da qualche tempo, si ha come l’impressione che il (nostro) costituzionalismo stia vivendo una fase di crisi, in particolare, nella percezione che hanno di esso i titolari del potere politico. È questo un neo difficile da sradicare perché colpisce la costituzione in quanto tale, non la Costituzione della Repubblica italiana, ma la costituzione del costituzionalismo democratico e sociale del Secondo dopoguerra, l’idea cioè di avere un patto fondativo e fondante che vede indissolubilmente legati la posizione dei singoli (diritti e doveri) con l’organizzazione dello Stato. Viceversa, sarebbe opportuno ricordare, anzitutto ai titolari del potere di indirizzo politico, che «l’attualità della Costituzione non si misura sul metro di ciò che nella società cambia ed è soggetto a cambiare: essa tende proprio a disciplinare ciò che resta e deve restare» (5).

In questo giorno in cui si festeggia la rinascita dello Stato italiano e la nascita della Repubblica, non possiamo dimenticare di ricordare che i diritti e la Costituzione altro non sono che una serie di significati. Funzionano fino a che il loro senso è socialmente condiviso. Altrimenti scompaiono, insieme ai valori che garantiscono, senza necessità di colpi di stato o di mutamenti istituzionali.

Alessandra Mazzola

Dottoranda di ricerca in Diritto dei servizi nell’ordinamento italiano ed europeo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”


(1) E «non più l’“individuo” astrattamente eguale a ogni altro»; la persona è intesa «nella concretezza della sua vita, della sua situazione sociale, delle sue relazioni» (L. Carlassare, Nel segno della Costituzione. La nostra carta per il futuro, Feltrinelli, Milano, 2012, p. 20)

(2) A. Apostoli, La svalutazione del principio di solidarietà. Crisi di un valore fondamentale per la democrazia, Giuffrè, Milano, 2012, p. 53.

(3) Nella nota formula proposta da S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, p. 104.

(4) Cfr. A. Apostoli, Implicazioni costituzionali della responsabilità disciplinare dei magistrati, Giuffrè, Milano, 2009, pp. 272-273.

(5) V. Onida, La Costituzione. La legge fondamentale della Repubblica, il Mulino, Bologna, 2017, pp. 145-146.

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