Il costituzionalismo siciliano: all’origine di un’idea

Il Mantello dell’Incoronazione di Ruggero II d’Altavilla realizzato nell’officina reale di Palermo secondo la tecnica araba del Thiraz. La palma al centro simboleggia l’albero della vita, i leoni rampanti ai lati che sovrastano due cammelli rappresentano invece il predominio normanno sugli arabi. Dopo esser stato trafugato da Enrico VI, padre di Federico II di Svevia, è oggi custodito nel Weltliche Schatzkammer della Hofburg di Vienna. Per saperne di più premi qui.

«Perché parlamentare, questo sì, mi sento.

Vi contribuisce forse l’essere io nato in Sicilia,

 in quella Sicilia che vanta

il primo Parlamento della storia,

 superando la stessa Inghilterra».

 [V. E. Orlando, Assemblea Costituente, seduta del 21 marzo 1947]


Se il diritto costituzionale è davvero scienza del limite, il parlamentarismo è la sua manifestazione più evidente. La breve analisi che seguirà intende dimostrare perché quello siciliano può certamente considerarsi il più antico parlamento europeo ed uno dei più risalenti al mondo, sebbene il primato sia conteso dal Tynwald dell’Isola di Man (979 d.C.), dall’Althing islandese (930 d.C.) e dal Løgting delle Isole Faroe (1). Risale, infatti, al 1130 la prima convocazione delle Curiae generales a Palermo da parte del re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla presso il Palazzo dei Normanni (2). Ancora oggi è questa la sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, che dalle elezioni regionali del 1947 si riunisce in “Sala d’Ercole”, la stessa in cui Giuseppe Velasco affrescò le fatiche del famoso eroe greco.

Già nel 1097, a Mazara del Vallo, Ruggero I convocò una prima assise consultiva priva di poteri effettivi. Nonostante ciò le radici siciliane del costituzionalismo moderno non sembrano sufficientemente esplorate da Charles Howard McIlwain nel suo fortunato saggio (3). 

Un’analisi più accurata meriterebbero invece le cd. Assise di Ariano (4), ovvero le assemblee tenutesi a partire dal 1140 nel territorio dell’odierna Ariano Irpino in cui vennero promulgate da Ruggero II d’Altavilla leggi che oggi definiremmo costituzionali. Successivamente con la medesima espressione (5) si fece riferimento all’intero corpus normativo. La rilevanza pubblicistica dei testi andrebbe rilevata nei temi oggetto di disciplina: sovranità, potere legislativo, rapporti con la Chiesa e numerosi interventi in materia penale e processuale. Si tratta invero di un sincretismo costituzionale, che vede la coabitazione di più tradizioni giuridiche in cui insistono elementi romanistici, ecclesiastici e nordeuropei. Ciò troverebbe conferma in quell’eccletticismo culturale proprio della corte di Ruggero, in cui arabi, ebrei, cristiani e greci convivevano in pace. Il medioevo giuridico è certamente contraddistinto da una pluralità di ordinamenti, che anticipa e di molto, la celebre intuizione di Santi Romano. 

Una svolta significativa, per poteri e composizione, si ebbe con Federico II di Svevia. Fu lo Stupor mundi a riunire nel 1221 un’assemblea dotata di funzioni deliberative nota come Assise di Messina, un anno dopo quelle di Capua.  Il parlamento siciliano si articolava in tre rami: feudaleecclesiastico e demaniale, includendo in quest’ultima categoria i rappresentanti delle quarantadue città del Regno di Sicilia. Si pensi che il Parlamento inglese, assunto a modello nel corso della storia per qualsiasi assemblea elettiva, fu convocato per la prima volta soltanto nel 1264.Mentre l’Inghilterra dal 1215 in poi, con Magna Carta Libertatum, mantenne intatte indipendenza e identità nazionale, la Sicilia fu invece terra di conquiste e pertanto incapace di maturare un parlamentarismo consolidato. Vale la pena ricordare anche l’esperienza della Costituzione di Sicilia del 1812, ma soprattutto il moderno Statuto fondamentale del Regno di Sicilia, votato (e non ottriato) dopo i moti del 1848 (6). 

Il contributo dei siciliani alla scienza costituzionale è evidente guardando alla “stagione aurea” della giuspubblicistica a cavallo tra ottocento e novecento (7). Si pensi a giuristi del calibro di Vittorio Emanuele Orlando, padre fondatore della scuola italiana di diritto pubblico, Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia tra il 1917 e il 1919 e costituente nel secondo dopoguerra. O a maestri di fama internazionale e politici di lungo corso come Gaetano Mosca o Giorgio Arcoleo. Il pensiero non può non andare a Santi Romano, uno dei più grandi giuristi italiani di tutti tempi, nonché tra i più conosciuti all’estero. Ma si pensi altresì a Gaetano Arangio Ruiz, Angelo Majorana Caltabiano e Alessandro Paternostro. Il costituzionalismo siciliano si è successivamente incarnato nel pensiero di studiosi della “seconda generazione” come il padre dell’autonomia regionale e presidente della Corte costituzionale Gaspare Ambrosini, il più volte ministro Franco Restivo, Pietro Virga, Carmelo Caristia e Temistocle Martines. 

Alla luce di quanto detto ne consegue che la Sicilia resta ancora oggi indissolubilmente legata ad un senso dello Stato forte più di qualsiasi mafia o malaffare. Qui la civiltà ha dimostrato il suo significato autentico. Quello più profondo. Sarebbe impossibile comprendere il diritto costituzionale senza coglierne la sua dimensione mediterranea capace di permeare lo stato moderno.

Alessandro Fricano

Dottorando di ricerca in Innovazione e Gestione delle risorse pubbliche

Università degli Studi del Molise


(1) Di diverso avviso Di Matteo: «Bisognerà fare riferimento alle Cortes spagnole, assemblee rappresentative dei vari Regni iberici, istituite nel secolo XI, per aversi la prima tipizzazione in Europa dell’istituto parlamentare, perché autenticamente dotate di poteri legislativi e politici e strutturate con un assetto che prefigurava già la tripartizione pre- rivoluzionaria dell’ordinamento sociale in nobiltà, clero e borghesia cittadina. Ma tutto ciò era – e sarà ancora per molto tempo – estraneo alla Sicilia.» cit. S. Di Matteo, Storia dell’antico Parlamento di Sicilia (1130 – 1849)Con un inedito del marchese di Villabianca: I parlamenti più clamorosi del Regno (1189-1798), Graficreo, 2012, p. 8.

(2) Cfr. C. Calisse, Storia del Parlamento in Sicilia dalla fondazione alla caduta della monarchia, Torino, UTET, 1887; V. La Mantia, Cenni critici su la Storia del Parlamento in Sicilia, Palermo, 1887.

(3) Cfr. C. H. McIlwain, Costitutionalism: Ancient and Modern, New York, Cornell University Press, 1947.

(4) Per ulteriori spunti v. O. Zecchino, Alle origini del costituzionalismo europeo. Le assise di Ariano (1140-1990), Laterza, 1996.

(5) Circa l’uso del termine “assise”: «Pare che in principio venissero così chiamate le pubbliche assemblee, che formavano le leggi e giudicavano le liti. In seguito le stesse leggi e le sentenze in quelle pubbliche assemblee stabilite e decise si chiamavano pure Assise, ed erano sinonimi di Constitutiones» cit. Capasso B., Sulla storia esterna delle Costituzioni del Regno di Sicilia, Napoli, 1869, p. 9.

(6) Sul tema si rinvia a M. Morello, Per la storia delle costituzioni siciliane. Lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia del 1848, in Studi urbinati,2006, fasc. 3, pp. 309-361.

(7) «Una concentrazione, anzi un concentrato di costituzionalisti per certi versi irripetibile, che non può non indurre a chiedersi: perché proprio in Sicilia? Io credo che le radici del pensiero costituzionalistico italiane vadano individuate nella terra di Sicilia. Il costituzionalismo siciliano non è solo per nascita ma soprattutto per appartenenza. Appartenere cioè a quell’Isola a cui spetta il primato nello sviluppo delle istituzioni costituzionali e rappresentative: il Parlamento siciliano, infatti, è stato il primo a sorgere nella storia moderna d’Europa, precedendo persino il Parlamento inglese di Simone di Montfort» cit. T.E. Frosini, Vittorio Emanuele Orlando costituzionalista e teorico del diritto pubblico, Relazione al seminario dell’Associazione italiana dei costituzionalisti “Il pensiero e l’opera di Vittorio Emanuele Orlando”, Università degli studi di Modena-Reggio Emilia, 8 luglio 2016, in Rivista AIC, 2016, fasc. 3, p. 4.

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