È possibile un futuro migliore? – Recensione del volume di Sabino Cassese


La prolificità letteraria di un autore spesso rischia di cedere supinamente alla ridondanza e alla tediosità.
Celebre è rimasta l’accusa che Apollodoro rivolse allo stoico Crisippo (il quale, a detta di Diogene Laerzio, scrisse oltre 700 testi): “se si togliessero dai libri di Crisippo le citazioni altrui, le pagine sarebbero vuote”.
Il pragmatismo latino, però, ci ha insegnato che “exceptio probat regulam” e l’eccezione più calzante non avrebbe potuto che veicolarla Sabino Cassese.


Il giudice emerito della Consulta ha dato recentemente alle stampe un imperdibile vademecum sul futuro possibile, nonostante tutto: “Una volta il futuro era migliore. Lezioni per invertire la rotta” (Solferino, 2021).
Un pamphlet poliedrico che suggella una produzione letteraria ricca, eclettica e, soprattutto, pervasivamente preclara. Una caratteristica, quella della chiarezza, ancor più encomiabile in quanto solitamente non comune ai giuristi (cfr. “Con parole precise. Breviario di scrittura civile”, Gianrico Carofiglio, Laterza, 2015).

In “Una volta il futuro era migliore”, il giurista ha inanellato, con dovizia di particolari, innumerevoli – tra storia, politica ed economia – spunti di riflessione critica.

Per il tramite di un contrasto chiaroscurale, ha tratteggiato proficuamente le luci e le ombre del nostro orizzonte, ossia della nostra intricata e complessa storia nazionale, senza mai eludere l’osmotica dimensione comparatistica.


Il saggio, ampiamente divulgativo, enuclea i gangli nevralgici che sottendono alla decodificazione, necessaria, di un presente sempre più complesso ed indecifrabile.

Cassese, parafrasando Isaiah Berlin (che, a sua volta, mutua la vecchia storia narrata da Archiloco), ci suggerisce di emulare la volpe: “per intendere passato, presente e futuro, bisogna fare come la volpe, che segue molte piste, non come il riccio, che scava sempre nella stessa direzione, e quindi, interrogare tecnologie, modi di organizzazione della società, condizioni materiali, istruzione, partecipazione politica, e così via, senza fermarsi a un solo indicatore”. Sabino Cassese caldeggia la problematizzazione, la capacità di “costruire ponti”, fare sintesi tra percorsi necessariamente contraddittori.

Attraverso il prisma della “longue durée” braudeliana, si deve guardare ai declini e alle rinascite che, con ritmo vichiano, puntellano il corso della nostra Storia (la civiltà “che comincia con Roma antica e il suo impero, che poi sarà chiamata italiana, è stata capace di fiorire più volte”) insegnandoci a razionalizzare la complessità del contingente e a invertire la rotta dai percorsi dell’attuale declino. In tale arduo – ma non velleitario – cammino, un ruolo propulsivo è assolto dalle élite non elitarie.

Muovendo dalle considerazioni già espresse in “La democrazia e i suoi limiti”, Cassese, coraggiosamente, ribadisce quanto la dialettica élite-popolo sia “un lievito vitale per la democrazia”. Ineludibile è il riferimento allo svelamento dell’ipocrisia che si cela al cospetto del mainstream superficiale e deresponsabilizzante dell’‘uno vale uno’: la malposta e fallace rivendicazione con cui si è cercato di ovviare alla liquefazione dei partiti e all’abdicazione dell’élite intellettuale alla propria funzione pedagogica, non fronteggiando, però, le sordide diseguaglianze.

D’altronde, “come dalle radici cresce un tronco, così, però, una nuova classe dirigente può svilupparsi solo se si sviluppano istruzione, competenza, esperienza nella società”.

Ecco, dunque, che l’istruzione, lo studio appassionato, multidisciplinare, critico, intrinsecamente curioso, per certi versi caleidoscopico, “fuori dalle parrocchie dipartimentali, con i piedi sulla linea di confine”, teso ad abbattere paratie culturali ed ideologiche, diviene il mezzo indispensabile tramite cui coltivare ragionevoli speranze, a dispetto delle preoccupazioni per il proprio futuro (Montaigne riecheggia inesorabilmente: Calamitosus est animus futuri anxius).

Cassese, poi, nel capitolo finale, all’esito di una coerente trattazione argomentativa, si congeda impartendo dei consigli spassionati che sembrano quasi mutuare il celebre e maieutico commiato di Virgilio: “per ch’io te sovra te corono e mitrio”. Si può invertire la rotta di un declino inesorabile, usando bene il proprio tempo, non disperdendolo stolidamente, scegliendo un Maestro che indichi un limite e sappia risvegliare una passione, scegliendo un percorso professionale che assecondi le proprie inclinazioni, ma anche le circostanze, eludendo l’asfissia del nazionalismo, partecipando attivamente alla vita della comunità in cui si vive, e, soprattutto, non avendo paura dei propri errori. Qualunque scelta – ricorda l’Autore – “resta senza vita se non è animata da una passione, che diventi impegno e vocazione”.

A tutto ciò il pendant più opportuno è la suggestiva chiosa finale con cui Cassese invita a rifuggire la retorica, a favore di una sobria e ‘ruvida’ concretezza all’insegna del binomio cruciale (che tutto può), soltanto apparentemente dicotomico: utopia e coraggio

L’Autore cita, conclusivamente, Magris: “Mosè sapeva che non avrebbe mai messo il suo piede nella Terra Promessa, ma non smise di camminare e di guidare il suo popolo nella sua direzione”, questo perché, come ci ricorda Musil, “il cammino della storia […] non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola […] e giunge infine in un luogo che non conosceva e dove non desiderava di andare”. 

Si abbracci, consapevolmente, il “coraggio dell’immaginazione”.

La complessità del presente non può divenire un alibi teso a giustificare un’inerzia, il cui unico esito è la proscinesi, colpevole, alle ataviche logiche, rattrappite e autoreferenziali, del potere.

Tutto ciò è magistralmente condensato in centotredici pagine da leggere con sguardo disilluso, a tratti irato, ma niente affatto disfattista: uno spaccato veritiero del Belpaese.

L’Italia deve rimboccarsi le maniche, oggi più che mai.

Hic Rhodushic salta.

Antonia Maria Acierno

Dottoressa Magistrale in Giurisprudenza

Università degli Studi di Napoli Federico II

Borsista presso il Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari “Silvano Tosi”

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